Boynu bükük significa letteralmente “con il collo piegato”, ma è un’espressione idiomatica turca per descrivere qualcuno o qualcosa di triste, sconfitto o abbandonato. Nella canzone accompagna şarkılar (“canzoni”): sono canzoni malinconiche e affrante, un’immagine poetica e memorabile.
In “Martılar”, Edis dà voce a una persona che non riesce ad accettare l’assenza dell’amata. Lei gli ha lasciato “boynu bükük şarkılar” [canzoni dal collo piegato, cioè tristi e abbattute], e lui sceglie di tacere “anıların hatırına” [per rispetto dei ricordi]. La richiesta è semplice e disperata: “Dön artık, üzülecek martılar” [torna, ormai anche i gabbiani si rattristeranno]. I gabbiani diventano così una presenza quasi comica e tenera: perfino loro sembrano aspettare il ritorno di quella persona.
Il ritornello alterna suppliche e immagini molto dirette. “Kitabını uydur sen” [inventati pure una scusa] usa un’espressione colloquiale turca: basta qualsiasi giustificazione, purché lei torni. Lui dice persino “kölen olurum” [diventerò il tuo schiavo], un’esagerazione per mostrare quanto è disposto a cedere. In altri versi chiede di essere curato come una ferita, mentre nelle sere senza di lei va quasi fuori di testa. L’amore è descritto come un gioco d’azzardo in cui non ha fortuna: ogni volta che si sveglia, parla o pensa, torna sempre a lei. E quando immagina di poter riscrivere il destino, vorrebbe soltanto baciarle ancora “şu bal yanaktan” [quella guancia dolce come il miele].